Dall’inchiesta alla beffa, la truffa milionaria della Carige fasulla

Dall’inchiesta alla beffa, la truffa milionaria della Carige fasulla

Dall’inchiesta alla beffa la truffa milionaria della Carige fasulla

Carta intestata falsificata, numero di telefono simile: un vero “clone” Raggirate decine di aziende, quaranta fideiussioni false Forse la gang aveva un basista all’interno della vera banca genovese

Persino una banca fasulla, un clone della Carige con tanto di numero di telefono simile a quello ufficiale, al quale rispondeva un finto funzionario dell’istituto di credito genovese; una “filiale” con un numero di fax ed indirizzo di posta elettronica non facili da identificare come contraffatti. Adesso che la banca vera è nella tempesta, spuntano pure 40 fideiussioni false, tutte con carta intestata a Carige. Tutto ciò fa sospettare che la gang possa avere avuto un basista all’interno dell’istituto; o che fosse convinta della permeabilità dei sistemi di vigilanza.

L’organizzazione avrebbe copiato i documenti di Banca Carige, truffato aziende, società di livello internazionale e persino tentato di spillare soldi ad un altro istituto di credito emiliano; avrebbe acquistato beni per decine di milioni di euro, presentando le garanzie apparentemente
scritte da Carige.

L’inchiesta della Procura della Repubblica è partita da una serie di denunce presentate da diverse filiali e agenzie della stessa banca genovese. I direttori, negli scorsi mesi, si sono accorti che arrivavano fideiussioni mai autorizzate e le hanno inoltrate alla magistratura. Secondo quanto può raccontare il procuratore capo Michele Di Lecce, i fascicoli, tutti aperti per truffa, in un primo tempo sono finiti a diversi pm che si occupano di criminalità organizzata. Poi, considerato il numero di persone coinvolte e le cifre da capogiro, sono stati unificati ed affidati al procuratore aggiunto Vincenzo Scolastico. Che ha incaricato per le indagini il Nucleo di Polizia Tributaria guidato dal colonnello Carlo Vita, ed ha indagato otto soggetti, chiamati a rispondere di associazione a delinquere finalizzata alla truffa e al falso.

Dal febbraio scorso, da quando è esploso lo scandalo Carige, che ha visto finire agli arresti il suo presidente Giovanni Berneschi e la nuora Francesca Amisano, l’ex amministratore delegato di Carige Assicurazioni, Ferdinando Menconi, ed altri quattro faccendieri, su tutto il territorio nazionale avrebbe agito una sorta di banca taroccata. Negli stessi giorni in cui gli uomini delle Fiamme Gialle intercettavano e indagavano sul commercialista Andrea Vallebuona, sull’avvocato svizzero Davide Enderlin e sul mediatore Sandro Calloni, in Lombardia, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Marche, ha operato una organizzazione che procurava false fideiussioni per conto di ditte (i cui nomi per ovvie ragioni sono blindati dalla magistratura) o soggetti singoli, proprietari di nulla e senza un centesimo in banca.

Tra loro, al momento, non ci sono liguri: sono tutti residenti in altre regioni italiane ed uno addirittura in Svizzera. E chissà se questo particolare ha qualche attinenza con l’albergo comprato a Lugano da Berneschi e Menconi, che secondo gli inquirenti sarebbe stato ac-
quistato coi proventi sottratti alla Carige e portati all’estero.

La gang, fra le altre cose, ha sostenuto operazioni commerciali anche di 10 milioni di euro, acquistando partite di prodotti petroliferi da una società iraniana, stock di farmaci da un’industria del Centro Italia, turbine a gas da una notissima azienda italiana e tanti altri lotti di merci varie. Una di queste truffe ha interessato anche la Banca di Piacenza Scpa, alla quale il gruppo di malviventi si è rivolto per tentare di ottenere un grosso prestito.

Le garanzie erano assicurate dai falsi documenti con le intestazioni di Carige, alle quali erano associati un numero di telefono (con prefisso 010) e una mail. Ai quali rispondevano soggetti che, in caso di richieste di conferma sulle esposizioni bancarie, fornivano a voce o con risposte scritte altrettante garanzie rispetto a quanto certificato sui moduli prestampati. La Polizia Postale, però, ha scoperto che l’indirizzo di posta elettronica non era di Carige e quel numero di telefono aveva il trasferimento di chiamata, era collegato ad un risponditore con sede fuori Genova. Anche se, le indagini potrebbero dire di più, per capire se possa esserci la mano di qualcuno che lavora all’interno della banca genovese: soprattutto perché le intestazioni sembrerebbero piuttosto verosimili.

Ultimate le commesse, consegnate le merci ai destinatari ed incassato il dovuto, le ditte non

hanno risarcito il debito ai fornitori. E quando questi hanno cercato di rivalersi sulla “banca” che avrebbe sottoscritto la fideiussione, dalla Carige si sono sentite rispondere “di non saperne nulla e di non avere tra i clienti tali debitori”. Peraltro risultati nullatenenti.

Tratto da Repubblica.it

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